Testata per la stampa

Sindrome del “fegato grasso”: la Medicina Interna Metabolica dell’Ospedale di Baggiovara ha partecipato a uno studio su una nuova terapia

Pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha dimostrato l’efficacia del Tropifexor

Simonetta Lugari, Alessia Cavicchioli, Carmela Cursaro, Pietro Andreone, Fabio Nascimbeni, Filippo Gabrielli
Simonetta Lugari, Alessia Cavicchioli, Carmela Cursaro, Pietro Andreone, Fabio Nascimbeni, Filippo Gabrielli

I ricercatori della Struttura Complessa di Medicina Interna ad indirizzo Metabolico Nutrizionale dell’Ospedale di Baggiovara, diretta dal prof. Pietro Andreone, hanno partecipato a uno studio che ha confermato l’efficacia del Tropifexor nel trattamento della steatoepatite non-alcolica, la cosiddetta sindrome del fegato grasso. Lo studio è stato pubblicato sul numero di febbraio di Nature Medicine, e ha visto coinvolti 84 ospedali di 17 paesi. Sono stati 350 in totale i pazienti che hanno partecipato allo studio randomizzato; di questi, 253 hanno ricevuto il farmaco e 97 il placebo suddivisi in vari gruppi di trattamento a dosi crescenti. Il team del Prof. Andreone ha contribuito con 5 pazienti. La steatosi epatica non alcolica – ha spiegato il prof. Pietro Andreone, docente UNIMORE - nota anche come fegato grasso, è la più frequente malattia cronica del fegato che affligge fino al 30% della popolazione adulta. Nella maggior-parte dei casi le malattie metaboliche e in particolare il diabete, sono le principali cause e in alcuni soggetti, 1-2% della popolazione, la semplice steatosi si complica con una patologia progressiva, la steatoepatite non-alcolica, che può causare lo sviluppo della cirrosi e del cancro del fegato. Attualmente, i cambiamenti dello stile di vita (dieta e attività fisica) rappresentano l’unica terapia in grado di modificare l’evoluzione di questa patologia ma sono molto pochi (meno del 10%) i soggetti che riescono a raggiungere risultati ottimali”. L’Ospedale Civile di Baggiovara segue circa 250 pazienti con questa patologia. “Si comprende, quindi ha aggiunto il prof. Andreone - come sia grande l’interesse nella ricerca e sviluppo di terapie farmacologiche in grado di prevenire le temibili complicanze della steatoepatite non-alcolica”.
 
Nel tentativo di tenere sotto controllo questa patologia e prevenirne le complicanze, negli ultimi 10 anni  sono state sintetizzate e sperimentate diverse molecole e tra queste il Tropifexor che è un agonista non biliare del recettore nucleare farnesoide X, che si trova nell'intestino e nel fegato e regola il metabolismo degli acidi biliari, del colesterolo e dei trigliceridi. “Il nostro studio – ha concluso il prof. Pietro Andreone - ha dimostrato che il Tropifexor, somministrato per 12 o 48 settimane e a tutte le dosi testate, è in grado di ridurre i valori della transaminasi alanino-aminotransferasi e del grasso contenuto nel fegato, rispetto al placebo, e si associa anche a una maggiore perdita di peso. Tali effetti benefici sono in parte controbilanciati dalla comparsa di un effetto
collaterale, il prurito, che risulta essere dose dipendente e che in alcuni casi ha reso necessario la sospensione della terapia in quanto non tollerato”. Il farmaco è in sviluppo in associazione con un farmaco antidiabetico (Licoglifozina) per valutarne l’efficacia nei soggetti con steatoepatite non alcolica e fibrosi del fegato avanzata. 
 
Attualmente il team coordinato dal prof. Andreone (composto dal dott. Fabio Nascimbeni, dott.ssa  Simonetta Lugari, dott.ssa Alessia Cavicchioli e dott. Filippo Gabrielli) è coinvolto in 4 sperimentazioni cliniche farmacologiche e in uno studio spontaneo finanziato dal PNRR (HEAL Italia) assieme alla prof.ssa Federica Pellati di UNIMORE volto allo sviluppo di una strategia di screening per identificare i pazienti con stetatoepatite non-alcolica avanzata e alto rischio di sviluppo di complicanze.   

 
Chiudi la versione stampabile della pagina e ritorna al sito