
Grazie al PDTA il paziente riceve i trattamenti più efficaci, più sicuri, nei tempi e nei luoghi adatti per curare nel miglior modo possibile la sua malattia, con un’attenzione particolare non solo agli aspetti clinici ma anche a quelli relazionali e comunicativi.
La Malattia di Parkinson è una
patologia neurodegenerativa cronica: comporta una progressiva perdita di
cellule nervose e interessa diverse funzioni del sistema nervoso centrale. Il
sistema più coinvolto è quello che controlla e facilita i movimenti. Questo
avviene per la perdita dei neuroni che producono dopamina, situati nella
substantia nigra, una struttura del tronco encefalico.
I parkinsonismi atipici sono un gruppo
di malattie neurodegenerative croniche che condividono con la malattia di
Parkinson alcuni sintomi e alcune alterazioni del tessuto nervoso. Presentano,
però, anche caratteristiche aggiuntive, un’evoluzione più rapida e una risposta
più limitata ai farmaci a base di levodopa. Le forme più comuni sono l’atrofia
multisistemica (MSA), la paralisi sopranucleare progressiva (PSP), la sindrome
cortico-basale (CBS) e la demenza a corpi di Lewy (LBD).
La malattia di Parkinson è la malattia
neurodegenerativa più comune dopo la malattia di Alzheimer. Rappresenta circa
l’80% dei casi di parkinsonismo; le forme atipiche costituiscono il 10–15% e le
forme secondarie (PSe) il restante 5% circa.
Il PDTA, cioè il Percorso Diagnostico
Terapeutico Assistenziale, descrive il percorso di diagnosi, cura e assistenza
della persona con malattia di Parkinson o parkinsonismo atipico.
I sintomi
La malattia di Parkinson può causare
sintomi motori, che riguardano il movimento, e sintomi non motori, che
interessano altre funzioni dell’organismo.
La caratteristica motoria principale è il
parkinsonismo: un rallentamento dei movimenti, chiamato bradicinesia, associato
a tremore a riposo e/o rigidità muscolare. All’inizio i disturbi interessano
solitamente un lato del corpo più dell’altro; con il progredire della malattia
possono coinvolgere altre parti del corpo.
La bradicinesia
rende i movimenti volontari più lenti e, quando vengono ripetuti,
progressivamente più piccoli e meno veloci. Può rendere difficili gesti
quotidiani come scrivere o abbottonarsi una camicia. Si riducono anche i
movimenti spontanei e automatici: il volto può apparire meno espressivo e le
braccia possono oscillare meno durante il cammino.
Il tremore
a riposo è un movimento ritmico che compare soprattutto alle mani quando
non vengono utilizzate. Può aumentare mentre si cammina o nei momenti di stress
e tende a diminuire o a scomparire durante i movimenti volontari.
La rigidità
muscolare, definita anche ipertono plastico, è un aumento involontario
della tensione dei muscoli che interessa gli arti e il tronco.
Un altro sintomo importante è l’instabilità posturale, cioè la
difficoltà a mantenere l’equilibrio in piedi e durante il cammino. Può
aumentare il rischio di cadute e rendere necessario l’uso di ausili per
camminare. Nella malattia di Parkinson compare più spesso nelle fasi avanzate;
se è presente fin dall’inizio, il neurologo valuta anche altre possibili
diagnosi.
Alcuni sintomi non motori possono precedere
di molti anni, anche decenni, i disturbi del movimento: sono detti sintomi prodromici. Tra i più frequenti
vi sono la riduzione o la perdita dell’olfatto, chiamate rispettivamente
iposmia e anosmia, la stitichezza e alcuni disturbi del sonno. Questi ultimi
comprendono la sindrome delle gambe senza riposo e il disturbo comportamentale
del sonno REM, durante il quale la persona può avere incubi e compiere
movimenti, anche bruschi, come se stesse vivendo ciò che sogna.
Tra gli
altri sintomi non motori rientrano:
• Disturbi dell’umore e del
comportamento, come depressione, ansia e apatia, cioè una riduzione
dell’interesse e dell’iniziativa. Possono comparire anche allucinazioni visive,
più spesso nelle fasi avanzate.
• Alterazioni delle funzioni
automatiche dell’organismo, dette disturbi autonomici: per esempio, un calo
della pressione quando ci si alza in piedi (ipotensione ortostatica) o una
pressione elevata quando si è sdraiati (ipertensione supina). Possono inoltre
essere presenti bisogno urgente di urinare, incontinenza urinaria e, nell’uomo,
disfunzione erettile.
• Disturbi cognitivi, che
interessano le capacità mentali. Nel quadro descritto per la malattia di
Parkinson compaiono dopo almeno un anno dall’inizio dei sintomi motori e, nelle
fasi avanzate, possono evolvere in una demenza, definita malattia di
Parkinson-demenza (MP-demenza).
La malattia può presentarsi con tre
principali profili clinici, chiamati fenotipi: uno in cui prevale il tremore,
uno caratterizzato soprattutto da lentezza e rigidità e uno in cui prevalgono i
problemi di equilibrio e del cammino. Il primo tende ad avere un’evoluzione più
lenta e un minore coinvolgimento cognitivo; gli altri due possono comportare un
coinvolgimento più ampio delle funzioni dell’organismo e un’evoluzione più
impegnativa.
La risposta alla levodopa, il farmaco principale per il trattamento della malattia,
aiuta il neurologo a orientare la diagnosi. Con la progressione della malattia,
l’effetto del farmaco può diventare meno uniforme durante la giornata. Si passa
così da una fase in cui i sintomi sono ben controllati a una fase avanzata con
oscillazioni, dette fluttuazioni, che possono riguardare sia i sintomi motori
sia quelli non motori.
La demenza
a Corpi di Lewy (LBD) è un parkinsonismo atipico caratterizzato da disturbi
cognitivi più marcati e precoci: compaiono entro il primo anno dall’inizio dei
sintomi motori oppure possono precederli. Il quadro è simile a quello della
MP-demenza, ma alcune manifestazioni sono più caratteristiche. Le capacità
cognitive possono variare spontaneamente, con episodi di diversa durata e
frequenza, talvolta accompagnati da cambiamenti dell’attenzione e dello stato
di vigilanza. Sono frequenti le allucinazioni visive ricorrenti e i disturbi
del sonno REM. Possono inoltre essere presenti una particolare sensibilità ai
farmaci neurolettici, usati per trattare alcuni disturbi psichiatrici,
alterazioni più importanti delle funzioni automatiche dell’organismo e disturbi
del rapporto con la realtà, definiti psicosi. Le allucinazioni possono
coinvolgere anche sensi diversi dalla vista.
L’atrofia
multisistemica (MSA) compare in età adulta e coinvolge soprattutto le
funzioni automatiche dell’organismo, con disturbi definiti disautonomici. A
questi si associano, in misura variabile, parkinsonismo e problemi di
equilibrio e coordinazione legati al cervelletto. Si distinguono due forme: la
MSA-P, in cui prevale il parkinsonismo, e la MSA-C, in cui prevalgono i
disturbi cerebellari. Questi ultimi comprendono almeno due tra difficoltà di
coordinazione nel cammino o negli arti (atassia), difficoltà nell’articolazione
delle parole (disartria cerebellare) e alterazioni dei movimenti degli occhi,
come il nistagmo, un movimento involontario e ripetuto degli occhi.
Nella MSA-P la risposta alla levodopa è
meno efficace; l’assunzione del farmaco può inoltre accompagnarsi a contrazioni
muscolari involontarie del volto e della testa, dette movimenti distonici.
Nella MSA possono comparire segni di coinvolgimento delle vie nervose che
controllano il movimento volontario, alterazioni della postura come
l’inclinazione del collo in avanti (anterocollo), tremore e brevi scatti
muscolari involontari (mioclono).
Possono essere presenti anche disturbi
della respirazione, soprattutto notturni, con russamento o stridore: un rumore
aspro durante l’inspirazione, dovuto a una chiusura parziale e involontaria
della glottide, nella laringe. I disturbi disautonomici restano predominanti e
possono comprendere cali di pressione quando ci si alza in piedi dovuti ad
alterazioni del controllo nervoso, pressione alta da sdraiati, difficoltà a
svuotare la vescica, urgenza urinaria con incontinenza e disfunzione erettile.
La paralisi
sopranucleare progressiva (PSP) è un parkinsonismo atipico caratterizzato
da importanti problemi di equilibrio e cadute precoci, entro il primo anno
dall’inizio dei sintomi motori. Può essere presente una demenza con maggiore
compromissione delle funzioni frontali, coinvolte nell’organizzazione delle
azioni e nel controllo del comportamento. Un’altra caratteristica è la
difficoltà o l’impossibilità di dirigere lo sguardo verso l’alto o verso il
basso. Rispetto alla malattia di Parkinson, la rigidità interessa maggiormente
il tronco ed è più simmetrica negli arti; sono inoltre più frequenti le
difficoltà nell’articolazione delle parole (disartria) e nella deglutizione
(disfagia).
La sindrome
cortico-basale (CBS) associa il parkinsonismo a disturbi legati al
coinvolgimento della corteccia cerebrale. I sintomi motori sono molto più
evidenti da un lato del corpo e possono rimanere limitati a quel lato anche a
lungo. Il tremore è spesso diverso da quello tipico della malattia di
Parkinson: può comparire durante il movimento o l’azione ed essere irregolare.
Tra i disturbi corticali vi sono la
difficoltà a pianificare ed eseguire un gesto volontario finalizzato
(aprassia), a riconoscere segni tracciati sulla pelle (agrafoestesia) o oggetti
attraverso il tatto (astereognosia). La persona può anche percepire una parte
del proprio corpo come estranea: è il cosiddetto “fenomeno dell’arto alieno”.
Possono comparire inoltre contrazioni muscolari involontarie (distonia) e brevi
scatti muscolari (mioclono).
Gli esami che servono per fare diagnosi
Non esiste un singolo esame che permetta,
da solo, di diagnosticare con certezza la malattia di Parkinson o un
parkinsonismo atipico. La diagnosi viene formulata dal neurologo mettendo
insieme la storia della persona, la visita neurologica e gli eventuali esami
strumentali.
La raccolta della storia clinica, chiamata anamnesi, è fondamentale. Il medico
approfondisce sia i sintomi motori sia quelli non motori, che possono essere
meno evidenti o più difficili da riferire. Valuta inoltre eventuali precedenti
problemi cardiovascolari o cerebrovascolari, che potrebbero contribuire ai
disturbi, e i farmaci assunti in passato, in particolare quelli che possono
ridurre l’azione della dopamina, come i neurolettici.
Il momento centrale è la visita neurologica, eseguita da un
neurologo esperto in disturbi del movimento, che ricerca i segni e i sintomi
utili a riconoscere la forma di parkinsonismo.
Gli esami
possono approfondire aspetti specifici e aiutare a distinguere tra diverse
diagnosi:
• TC e risonanza magnetica
dell’encefalo. La tomografia computerizzata (TC) e la risonanza magnetica
(RM) permettono di osservare le strutture del cervello e di escludere cause
secondarie di parkinsonismo, come idrocefalo, lesioni vascolari o masse. Nella
malattia di Parkinson possono risultare normali nelle fasi iniziali e mostrare
una riduzione del volume cerebrale, detta atrofia, nelle fasi avanzate.
• SPECT con DAT-SCAN. La
tomografia computerizzata a emissione di singolo fotone valuta l’integrità dei
trasportatori della dopamina nei nuclei della base, strutture coinvolte nel
controllo del movimento. Un risultato alterato conferma una degenerazione del
sistema dopaminergico nigrostriatale, ma non consente di distinguere la
malattia di Parkinson dai parkinsonismi atipici.
• PET. La tomografia a
emissione di positroni con traccianti come il 18-FDG individua aree in cui il
metabolismo cerebrale è ridotto. La distribuzione di queste alterazioni può
aiutare a riconoscere più precisamente e precocemente le diverse forme
atipiche. Nella malattia di Parkinson l’esame è meno informativo e risulta
sostanzialmente nella norma.
Nei parkinsonismi atipici, la TC e
soprattutto la RM possono evidenziare alterazioni caratteristiche, considerate
anche nei criteri diagnostici. Nella MSA possono essere presenti riduzioni di
volume del ponte, del cervelletto, del peduncolo cerebellare medio e del
putamen. Può inoltre comparire un’immagine a forma di croce nel ponte, chiamata
“hot cross bun sign”. Nella PSP il cosiddetto “segno del colibrì” riflette una
riduzione di volume nella parte superiore del mesencefalo; possono essere
presenti anche alterazioni soprattutto nelle regioni frontali e parietali.
Nella CBS la riduzione di volume è marcatamente asimmetrica e interessa
prevalentemente la corteccia del lato opposto a quello dei disturbi e i nuclei
della base.
Per approfondire i sintomi non motori
possono essere utilizzati test dell’olfatto, una polisonnografia notturna per
studiare il sonno e accertamenti delle funzioni automatiche dell’organismo.
Questi comprendono il monitoraggio della pressione nelle 24 ore e il tilt table
test, che valuta la risposta della pressione ai cambiamenti di posizione. Per i
disturbi urinari si può misurare con un’ecografia la quantità di urina rimasta
in vescica dopo aver urinato, detta residuo post-minzionale.
Tutti i risultati devono essere
interpretati dal neurologo insieme alla storia clinica e alla visita: è questa
valutazione complessiva che permette di formulare la diagnosi.
Come accedere
Il percorso è rivolto a persone maggiorenni
con un sospetto di parkinsonismo o con una diagnosi già formulata presso un
altro Centro. Accompagna la persona dal primo accesso fino alla presa in carico
da parte del Centro Disordini del Movimento, per la diagnosi, la terapia e i
controlli nel tempo.
L’accesso avviene su richiesta del medico
di medicina generale (MMG), di un neurologo dell’ambulatorio territoriale di
primo livello o di un altro specialista. La richiesta può essere motivata da
sintomi o da una storia clinica compatibili con malattia di Parkinson o
parkinsonismo atipico, oppure da una diagnosi ricevuta in un’altra struttura.
Il Centro
Disordini del Movimento dell’AOU di Modena è un centro di secondo livello
per l’assistenza specialistica alla malattia di Parkinson e ai parkinsonismi
atipici, e di terzo livello per l’accesso e la gestione delle terapie della
fase complicata. Offre quindi valutazioni specialistiche e percorsi di cura per
situazioni che richiedono approfondimenti o trattamenti complessi.
In
particolare, il Centro si occupa di:
• distinguere la malattia di Parkinson dalle diverse forme di
parkinsonismo attraverso una valutazione specialistica di secondo livello;
• gestire il percorso diagnostico e terapeutico di secondo e terzo
livello della malattia di Parkinson a esordio giovanile, prima dei 50 anni, o
con familiarità;
• seguire i parkinsonismi atipici non secondari, come PSP, MSA e
CBS;
• assistere le persone con malattia di Parkinson che richiede una
gestione complessa;
• valutare l’idoneità, avviare e gestire le terapie della fase
complicata, come la stimolazione cerebrale profonda e le terapie infusive.
In alcune situazioni può essere previsto il
riaffidamento ai servizi di neurologia territoriale. Tra i possibili criteri
rientrano un quadro di malattia di Parkinson molto stabile e di ridotta
complessità neurologica, una condizione di grave declino cognitivo senza
possibilità di ricorrere a terapie avanzate, oppure un parkinsonismo
secondario, per esempio di origine vascolare.
La valutazione e la presa in carico
Durante la prima visita vengono raccolte
informazioni sulla storia personale e familiare, sui farmaci assunti, su
eventuali traumi precedenti e sui fattori di rischio. Il neurologo ricostruisce
quando sono comparsi i sintomi motori e non motori, compresi quelli che possono
aver preceduto di molti anni la prima visita.
Le difficoltà cognitive e comportamentali,
i disturbi del sonno e le alterazioni delle funzioni automatiche dell’organismo
vengono approfonditi attraverso il colloquio e, quando indicato, con scale
cliniche validate, cioè strumenti di valutazione standardizzati.
La visita neurologica è il momento centrale
della valutazione. Il neurologo esamina i disturbi del movimento legati al
sistema nervoso centrale e periferico e ricerca eventuali movimenti
involontari. Può programmare una TC o una RM dell’encefalo e, nei casi
selezionati in cui distinguere tra le possibili diagnosi risulta più difficile,
una SPECT con DAT-SCAN.
Se il sospetto di malattia di Parkinson o
di parkinsonismo atipico viene confermato, durante la prima visita o nei
controlli successivi il medico comunica la diagnosi con attenzione, spiegando
la possibile evoluzione della malattia e le implicazioni per la vita
quotidiana. Il progetto terapeutico viene quindi definito insieme alla persona.
Quando il medico ne riconosce il bisogno,
oppure la persona o i familiari ne esprimono l’esigenza, può essere attivato un
sostegno psicologico per affrontare questo cambiamento nella vita. Può essere
suggerita anche la partecipazione volontaria ad associazioni laiche dedicate
alla malattia di Parkinson e ai parkinsonismi atipici. Queste associazioni
offrono informazione e occasioni di confronto e collaborano con le strutture
sanitarie, rappresentando le difficoltà dei pazienti e dei familiari e contribuendo
alle attività informative ed educative del PDTA.
I diversi trattamenti terapeutici
Non sono attualmente disponibili farmaci in
grado di modificare l’andamento della malattia di Parkinson o dei parkinsonismi
atipici. Sono però disponibili diversi farmaci per controllarne i sintomi e
mantenere una buona qualità di vita, soprattutto nelle fasi iniziali. Il
trattamento viene personalizzato in base ai sintomi, all’età, allo stile di
vita e alla risposta individuale.
La prima
scelta è quasi sempre una terapia farmacologica assunta per bocca. I principali
farmaci sono:
• Levodopa È il farmaco
di riferimento per la malattia di Parkinson e il più efficace nel migliorare
lentezza e rigidità. Nell’organismo viene trasformata in dopamina, una sostanza
che trasmette segnali tra le cellule nervose e che è carente nella malattia. La
risposta è più evidente nella malattia di Parkinson rispetto ai parkinsonismi
atipici e può aiutare il medico a orientare la diagnosi, soprattutto nelle fasi
iniziali.
• Dopamino-agonisti Agiscono direttamente sui recettori della dopamina, producendo un effetto
simile a quello di questa sostanza. Possono essere usati da soli nelle fasi
iniziali oppure insieme alla levodopa.
• Inibitori enzimatici come gli inibitori delle MAO-B o delle COMT. Aiutano a prolungare l’effetto
della dopamina o della levodopa, rendendo più stabile il controllo dei sintomi
durante la giornata.
Il neurologo sceglie i farmaci e i dosaggi
in base alla valutazione clinica. A ogni controllo la terapia viene rivalutata
e, se necessario, adattata all’evoluzione della malattia, alla risposta
individuale e agli eventuali effetti indesiderati.
Nelle fasi complicate, quando compaiono
importanti fluttuazioni dei sintomi o movimenti involontari difficili da
controllare, il neurologo può proporre un percorso per le terapie della fase complicata.
Le terapie
infusionali consentono di somministrare i farmaci in modo continuo attraverso
una pompa, con l’obiettivo di rendere più stabile l’effetto della terapia
dopaminergica:
• Levodopa/carbidopa in gel
intestinale. Il farmaco viene somministrato direttamente nel duodeno, nella
sede di assorbimento della levodopa. La pompa è collegata a un sistema chiamato
PEG-J, un tubicino che attraversa la parete addominale e raggiunge l’intestino,
consentendo un apporto stabile del farmaco.
• Foslevodopa/foscarbidopa.
È una formulazione di più recente approvazione somministrata sotto la pelle
mediante una pompa collegata a una sottile cannula. Garantisce un apporto
continuo di levodopa e può migliorare in modo significativo i sintomi.
• Apomorfina. È un
dopamino-agonista che può essere somministrato in modo continuo sotto la pelle
attraverso una pompa.
Tra le terapie avanzate non infusionali vi
è la stimolazione cerebrale profonda
(DBS). Prevede un intervento neurochirurgico per inserire sottili elettrodi
in specifiche aree del cervello. Gli elettrodi sono collegati a un piccolo
generatore di impulsi, simile a un pacemaker, posizionato nel torace. La
stimolazione può migliorare tremore, lentezza, rigidità e fluttuazioni motorie,
oltre ad alcuni sintomi non motori.
La scelta di proporre una terapia della
fase complicata e di individuare quella più adatta spetta al neurologo. La
valutazione considera la storia clinica, le caratteristiche della persona, la
risposta ai farmaci e le indicazioni delle linee guida. Durante una visita di
controllo o un incontro dedicato, il medico illustra le ragioni della proposta,
i benefici attesi e i possibili effetti indesiderati, per consentire una scelta
condivisa e consapevole.
I servizi a supporto
Tutte le fasi dell’assistenza presso il
Centro Disturbi del Movimento prevedono la collaborazione di più specialisti e
professionisti. Le figure coinvolte vengono individuate in base ai bisogni
della persona nelle diverse fasi della malattia.
I percorsi
attivi sono i seguenti:
Percorso
psicologico: il supporto può essere richiesto in
qualsiasi momento per affrontare la diagnosi, l’inizio o la prosecuzione di una
terapia cronica, difficoltà sociali o lavorative, problemi affettivi o
familiari, l’aggravamento della malattia e la riduzione dell’autonomia nelle
attività quotidiane. La psicologa clinica viene coinvolta dal personale medico
anche nella valutazione dell’idoneità alle terapie avanzate.
Percorso
logopedico: in presenza di difficoltà nella
deglutizione, nella voce o nell’articolazione delle parole, il personale medico
può proporre una valutazione con la logopedista del Centro in qualsiasi fase
della malattia.
Valutazione
neuropsicologica: può essere proposta quando la
persona avverte difficoltà cognitive o un loro peggioramento, oppure quando
queste difficoltà vengono osservate dai medici o segnalate da chi la assiste,
cioè dai caregiver. Attraverso prove specifiche vengono esaminate le diverse
capacità cognitive, in particolare l’attenzione, la capacità di pianificare e
organizzare le attività e le abilità visuo-spaziali, che consentono di
interpretare ciò che si vede e orientarsi nello spazio. Queste funzioni possono
essere coinvolte anche nelle fasi precoci.
Percorso
dietologico: il personale medico può proporre una
valutazione con la dietista del Centro in caso di difficoltà
nell’alimentazione, conseguente perdita di peso o necessità di indicazioni
specifiche per corrette abitudini alimentari, in qualsiasi fase della malattia.
Percorso
fisiatrico e riabilitativo: in presenza di
difficoltà motorie, il medico può richiedere una valutazione fisiatrica per
verificare la necessità di ausili o adattare quelli già utilizzati. La
valutazione può essere indicata anche per problemi di postura o del cammino che
potrebbero beneficiare di un percorso riabilitativo mirato. Il fisiatra può
quindi proporre la presa in carico da parte dei fisioterapisti per migliorare i
sintomi motori.
Una strada che continua
Al termine di ogni visita, il neurologo
stabilisce quando effettuare il controllo successivo. La frequenza dipende
dall’evoluzione clinica, dalla terapia in corso, da eventuali criticità e dai
bisogni della persona e di chi la assiste.
Durante i controlli si possono approfondire
aspetti della diagnosi, affrontare le esigenze del paziente e dei familiari e
valutare nuove proposte terapeutiche. Il medico verifica i benefici e gli
effetti indesiderati dei trattamenti e discute eventuali modifiche, sulla base
della visita e, quando necessari, di esami strumentali o di laboratorio.
Un aiuto importante
Il volontariato e le associazioni hanno un
ruolo importante nel sostegno alle persone con malattia di Parkinson o
parkinsonismi atipici e a chi le assiste, in ogni fase della malattia.
Le associazioni propongono attività motorie
e ricreative che favoriscono la socializzazione e possono avere anche benefici
riabilitativi. Promuovono inoltre una corretta informazione attraverso incontri
formativi e divulgativi con i professionisti dell’équipe multidisciplinare.
In Emilia-Romagna le associazioni dedicate
alle persone con parkinsonismo e ai loro familiari e caregiver sono presenti in
tutte le province. È possibile contattarle direttamente per conoscere e
accedere alle iniziative.
Nel
territorio provinciale modenese sono presenti due associazioni, con sedi
distribuite sul territorio:
Associazione Parkinson Modena Onlus (membro della
confederazione italiana Parkinson)
Via Misley,
1 – Modena (MO)
Telefono:
059 233580 · 320 0772580 · 366 406371
Email:
info@parkinsonmodena.it · ammparkmo@gmail.com
Sito web: https://parkinsonmodena.it
Gruppo Parkinson Carpi
Viale
Peruzzi, 22 – Carpi (MO)
Telefono:
059 6229003
Email:
carpiparkinson@carpidiem.it
Sito web: www.carpidiemparkinson.it
Il PDTA sul Piede Diabetico della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena (Livello 3 dell’assistenza provinciale) si propone di favorire la personalizzazione dell’assistenza: attraverso un linguaggio universale comune a tutte le professioni e scientificamente valido, viene riscoperto il significato di “prendersi cura” all’interno di una dimensione umana fondata sulla relazione tra paziente e operatore sanitario. Inoltre, si propone di favorire una comunicazione efficace, in una ottica di umanizzazione delle cure che rende il paziente e la sua famiglia protagonisti del loro percorso clinico-assistenziale.
Il PDTA si propone di favorire la riduzione delle amputazioni maggiori non traumatiche legate alla complicanza della malattia diabetica, di offrire ambiti di cura specifici e dedicati, di migliorare la qualità di vita del paziente aumentando la soddisfazione dell’utente/paziente ma anche del professionista.