Policlinico di Modena

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La pandemia vista da noi

La parola al personale sanitario

Daniela Magnani
Daniela Magnani

Daniela Magnani – Coordinatrice Terapia Intensiva Policlinico

Siamo abituati a gestire le emergenze e ci eravamo già addestrati anche per il COVID-19, da quando si era compreso che avrebbe potuto arrivare anche da noi. Nonostante questo, però, restava la preoccupazione per le incognite che all’epoca c’erano su come il virus si trasmetteva. Da coordinatrice sono rimasta colpita positivamente dall’atteggiamento di grande disponibilità di tutti. I colleghi che non avevano figli piccoli insistevano per vestirsi e andare loro nelle aree COVID per preservare chi aveva bimbi piccoli. Nonostante i turni massacranti, chi era di riposo chiamava per offrire un supporto a chi era di turno. In questi mesi abbiamo imparato molto anche dai colleghi che hanno rinforzato il nostro contingente di personale, con i quali abbiamo costruito un bellissimo e stimolante scambio di competenze e di esperienze. Dal punto di vista emozionale, abbiamo vissuto la sofferenza dovuta all’isolamento della malattia e l’angoscia dei famigliari che vivevano in attesa della telefonata con cui i medici davano notizie sui pazienti ricoverati. Questa angoscia è stato un fardello difficile da portare per noi, perché di solito il nostro è un reparto aperto, dove i famigliari entrano e partecipano al percorso terapeutico. Per fortuna nelle ondate successive, siamo riusciti – prima tramite le video-chiamate, poi consentendo ai famigliari di entrare in sicurezza – a superare in parte questo isolamento.

 
 
Anna Rita Mattioli
Anna Rita Mattioli

Anna Rita Mattioli – Coordinatrice Microbiologia e Virologia

Tutti i tamponi di Modena e Provincia arrivano da noi, quindi abbiamo la percezione visiva di quanti casi sospetti e poi accertati ci sono. Dietro ogni tampone, dietro ciascuna provetta, però, c’è una persona con la sua rete di relazioni che attende con ansia l’esito del nostro esame. Quando ci arriva una richiesta di esame, sappiamo il grado di urgenza in base alla situazione: se il paziente è in Pronto Soccorso e attende di sapere dove può essere ricoverato, oppure se è in Terapia intensiva e dobbiamo capire come curarlo. Ancora, per i tamponi dal territorio, se ha bambini che spettano l’esito per sapere se possono andare a scuola. Insomma, c’è un mondo dietro al tampone. Il fenomeno delle varianti, per quanto tipico di un virus come il COVID19, ha rimesso costantemente in discussione le nostre certezze, in quanto ogni volta abbiamo dovuto aggiornare il tipo di test.Questa esperienza ci lascia una grande forza interiore, non solo mia ma di tutto lo staff. È emozionate vedere le potenzialità che ciascuno ha saputo far fruttare, sia i veterani, sia i nuovi, sottoposti a un addestramento immediato e incalzato dall’evolversi degli eventi. Abbiamo tenuto botta. Questo virus, però, ha allontanato le persone e credo sia questo uno degli effetti più duri della pandemia. Non poter abbracciare una persona cara, non poterla aiutare, vedere persone anziane o fragili sole. Spero di poter tornare a fare le cose semplici che ci fanno sentire vivi.

 
 
Diego Cavaliere
Diego Cavaliere

Diego Cavaliere – Coordinatore Medicina Interna Gastro, Ospedale Civile

Il nostro è diventato un reparto COVID19 a partire dal novembre 2020. Da allora è cominciata la nostra salita, ripida e tortuosa, ricca di imprevisti. Siamo riusciti ad andare avanti grazie alla grande coesione di tutta l’equipe. Il paziente COVID19 in pochi giorni può peggiorare repentinamente. Eravamo preparati a questi problemi ma non alla quantità di pazienti gravi presenti contemporaneamente. Ricordo bene il primo paziente che abbiamo ricoverato. La tensione era forte per tutta la pressione, anche mediatica, che c’era. Sembrava stessimo aspettando un extraterrestre, invece è arrivato un nonnino dagli occhi dolcissimi che ha avuto bisogno solo di un po’ di ossigeno. Ricordo che per l’emozione non riuscivamo a decidere chi si sarebbe vestito. Alla fine, una collega ha rotto il ghiaccio e poi ha prevalso l’addestramento e abbiamo gestito tutto al meglio. Credo che questa esperienza possa farci crescere: chi ha lavorato in un reparto Covid è pronto a tutto. La vita fuori dall’ospedale è stata sconvolta come per tutti, siamo stati privati delle piccole gioie della vita. Per fare un esempio, è nata mia figlia ad ottobre, i nonni e i parenti l’hanno vista al battesimo solo a maggio. La cosa più difficile è stato accettar ei tanti decessi, una media cui non eravamo abituati. Ricordo un paziente che in 72 ore è peggiorato e non ce l’ha fatta. Quando parlai con la figlia lei era disperata per un battibecco futile che aveva avuto col padre. Non avevano fatto in tempo a a riappacificarsi: lo strazio dei parenti è ciò che ti rimane dentro. Spero che alla fine avremo imparato ad apprezzare meglio le piccole cose della vita. 

 
 
Morena Guidetti
Morena Guidetti

Morena Guidetti – Pronto Soccorso Ospedale Civile

Sono tanti anni che facci l’infermiera in Pronto Soccorso e di cose brutte ne ho viste tante. Ho vissuto anche il terremoto, che ci colse di sorpresa, eppure il COVID19 è stato peggio perché non lo possiamo vedere, non sappiamo dove si è annidato, che forma ha assunto. Anche se ti sei preparato, convivere con qualcosa di ignoto fa paura. Rivivo spesso il pomeriggio in cui mi sono messa per la prima volta la tuta con cui oggi convivo. Rammento la paura di indossarla, la rabbia per il fatto di doverlo fare. Nonostante gli anni di esperienza, tutti eravamo scossi e spesso abbiamo pianto. Qualche tempo fa sono stata in isolamento, perché il mio compagno era positivo e non ho potuto accudire i miei genitori. Per me, figlia unica, è stato traumatico. Per sfogare questa frustrazione, ho scritto una lettera a un giornale on-line di Sassuolo. L’ho intitolata Tu Mostro Invisibile che hai tolto il coraggio e la dignità. Questa esperienza mi ha lasciato la rabbia per l’isolamento e per l’impossibilità a gestire le nostre vite.
La vita sociale ne ha risentito tanto, l’altro giorno mi sono resa conto che è oltre un anno che non compro un vestito o un paio di scarpe. Può sembrare una considerazione futile, eppure da’ l’idea di come sia passata la voglia di toglierci quelle piccole soddisfazioni che prima consideravamo il sale della vita. Per uscire del tutto da questa situazione non dobbiamo abbassare la guardia. Non è facile, perché siamo stanchi, ma dobbiamo rimanere attenti e solo così, come ho concluso nella mia lettera: Il mondo sorriderà alla vita e l'odiata mascherina lascerà il posto ai sorrisi.

 

di Gabriele Sorrentino