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Noduli tiroidei: molti modenesi li sviluppano negli anni solitamente piccoli e clinicamente non preoccupanti

A Modena, 1000 nuovi casi di noduli all’anno, di cui solo il 10% sono patologie oncologiche

I team dell'Endocrinologia che ha svolto lo studio
I team dell'Endocrinologia che ha svolto lo studio

Uno studio sull’andamento della patologia tiroidea in Provincia di Modena, realizzato dalla Struttura Complessa di Endocrinologia dell’Ospedale Civile di Baggiovara, è stato pubblicato sul numero di gennaio 2020 della prestigiosa rivista internazionale, Frontiers in Endocrinology. L’indagine ha coinvolto 100 soggetti volontari sani, tra quelli già arruolati in uno studio precedente pubblicato nel 2013, in cui l'ecografia aveva dato esito negativo, per verificare eventuali mutazioni nella tiroide a distanza di 6 anni. Di questi 100 pazienti, il 50% ha manifestato nuove alterazioni della tiroide, ma nessuna grave. Lo studio ha confermato che la patologia nodulare tiroidea, in Provincia di Modena, è estremamente frequente (20% in più rispetto alla media nazionale) ma, nella maggior parte dei casi, poco preoccupante. I nuovi casi di noduli tiroidei all’anno sono circa 1000, ben diverso il numero delle nuove diagnosi di tumore tiroideo che non raggiunge i 100 casi per anno.  
La Professoressa Manuela Simoni, Direttore dell’UOC di Endocrinologia, dalla sua momentanea sede di lavoro a Tours in Francia, dove sta per concludere il suo anno sabbatico, dice “sono orgogliosa di dirigere un gruppo affiatato che riesce a realizzare prodotti di ricerca di alto livello scientifico sia di medicina di laboratorio che di clinica. Filo conduttore è il risvolto clinico pratico e quindi il bene del paziente. Un enorme ringraziamento va ai volontari che partecipano agli studi, non solo ai nostri, perché, senza di loro, la ricerca clinica non esisterebbe” 
La ricerca è stata ideata dal Dr. Bruno Madeo, dirigente medico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, e realizzata in stretta collaborazione con la Dott. ssa Giulia Brigante, ricercatrice Unimore, e le dott.sse Maria Laura Monzani e Michela Locaso dell’Endocrinologia. Lo studio è la prosecuzione di un lavoro pubblicato su – Journal of Endocrinological Investigation – nel 2013 in cui lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato che su circa 200 soggetti sani residenti nella Provincia di Modena, la metà presentava alterazioni ecografiche della ghiandola. Tuttavia, solo l’1% di tutti i noduli riscontrati era di natura maligna.  “L’idea è nata – dice il Dr. Bruno Madeo – da un’esigenza clinico-pratica. Infatti, alcune volte in ambulatorio visitiamo pazienti con ecografie tiroidee normali e senza alterazioni della funzione tiroidea. In questi casi non esiste una letteratura scientifica che ci indichi se è bene consigliare o meno successivi controlli ecografici. Allora mi sono ricordato del nostro lavoro di 5-6 anni prima in cui avevamo studiato un centinaio di pazienti con una tiroide sicuramente sana. Perché non richiamarli per vedere cosa era successo nel frattempo nella loro tiroide?” “Abbiamo anche cercato di capire – commenta la Dott.ssa Giulia Brigante – se ci fossero dei fattori di rischio che predispongono a questo problema, particolarmente diffuso in Pianura Padana. E’ da ricordare la maggiore predisposizione a fare dei noduli tiroidei andando avanti con gli anni, nei soggetti di sesso femminile e nei soggetti con un peso più alto. Quello che invece ci ha sorpreso è che, contrariamente a quanto si è ritenuto finora, le donne che hanno avuto delle gravidanze avevano i noduli meno frequentemente. Ovviamente, questo dato deve essere confermato” “Pertanto – conclude il Professor Vincenzo Rochira, direttore pro tempore dell’UOC di Endocrinologia - è importante rassicurare la popolazione modenese ricordando che i noduli tiroidei seppure frequenti sono nella maggior parte dei casi benigni e che non sono necessari frequenti esami ecografici soprattutto in presenza di precedenti esami negativi. Al contrario, l’eccessivo ricorso all’ecografia rischia di evidenziare noduli di scarsa importanza clinica che però possono impropriamente allarmare il paziente”. Al momento il sale iodato rappresenta un valido strumento di prevenzione.